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Cristiana Pulcinelli, Clima e globalizzazione

"E’ tempo di mettere una pietra sopra le malattie infettive", affermava alla fine degli anni Sessanta il direttore generale della Sanità degli Stati Uniti, William Steward. Mai predizione si è rivelata più sbagliata. Negli ultimi trent’anni abbiamo infatti assistito all’emergere di nuove malattie, causate da virus prima sconosciuti (Aids ed Ebola sono i casi più eclatanti) e al ritorno di vecchie patologie, che credevamo debellate per sempre. Il colera, ad esempio, si è rifatto vivo in grande stile nell’America meridionale e in Africa per il deterioramento delle condizioni igieniche; la difterite è ricomparsa nell’ex Unione Sovietica dopo il crollo del sistema sanitario pubblico. E la tubercolosi, che non era mai sparita dai paesi in via di sviluppo, si è riaffacciata anche nel mondo industrializzato. Senza contare che molti agenti infettivi subiscono mutazioni che li possono rendere più aggressivi o più diffusi.

I microrganismi infatti non cessano mai di evolvere. La mutazione di un retrovirus un tempo limitato ai primati lo ha reso capace di infettare cellule umane, ed ecco l’Aids. L’uso improprio di antibiotici negli ultimi cinquant’anni ha selezionato ceppi batterici in grado di resistere alla loro azione, lasciando in alcuni casi i medici con le armi spuntate. E bisogna considerare anche i cambiamenti climatici, che possono influire sulla diffusione delle malattie infettive. Un esempio illuminante è la febbre di dengue, che si trasmette attraverso la puntura della zanzara Aedes aegypti e la cui variante emorragica è spesso letale. La dengue è una malattia tipica delle zone tropicali, ma il progressivo riscaldamento del clima sta ampliando la sua area geografica. Basti pensare che nel 1970 si erano registrate epidemie di dengue solo in nove paesi: oggi questi paesi hanno superato il centinaio, in Africa, in America, nel Sud Est asiatico, ma anche nel Mediterraneo orientale. E se qualcuno pensa che comunque in Italia si possa stare tranquilli, ricordiamo il caso della chikungunya (anche questa trasmessa dalla puntura di una zanzara), malattia assai nota in Asia e in Africa, che si è manifestata recentemente nel Ravennate e a Pisa.

Cristiana Pulcinelli, nel suo libro Clima e globalizzazione. Il ritorno delle malattie infettive, fa il punto della situazione, fornendo una vasta mole di dati attinti dalle riviste scientifiche e dai rapporti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Non manca una carrellata sul passato, sulle grandi epidemie che hanno lasciato una traccia profonda nella storia, dalla cosiddetta peste di Atene del 430 a.C. alla peste nera del 1348 che fa da sfondo al Decameron del Boccaccio, alle malattie portate dai Conquistadores che contribuirono a distruggere le civiltà precolombiane, fino alla Spagnola che nel 1918-19 fece più morti della guerra mondiale. Venendo al XXI secolo, le nuove minacce si chiamano Sars e influenza aviaria. La Sars ha colpito oltre 8.000 persone in giro per il mondo, uccidendone circa 900, per poi scomparire: in Italia l’abbiamo conosciuta solo attraverso le immagini dei telegiornali, che ci mostravano gli abitanti di alcuni paesi asiatici con le mascherine sul volto. La malattia si era sviluppata quando il virus, che in precedenza colpiva solo alcune specie animali, era passato a infettare anche gli esseri umani. Proprio questo "salto di specie" si teme possa fare anche l’aviaria, o influenza dei polli, innescando una nuova pandemia.

Il saggio è ben documentato, senza allarmismi, ma anche senza facili ottimismi. Nella sua millenaria storia l’umanità ha sempre dovuto far fronte al pericolo del contagio, un nemico che non rispetta frontiere e non può essere sconfitto con gli eserciti. L’unica possibilità, avverte l’autrice, per circoscrivere e limitare le conseguenze di un’epidemia risiede nella cooperazione sanitaria internazionale e nel continuo scambio di informazioni e conoscenze tra laboratori e istituzioni scientifiche.

Ipazia.net - A cura di Nicoletta Manuzzato