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Jablonka-Lamb, L'evoluzione in quattro dimensioni

Non molto tempo fa i giornali hanno parlato dell’individuazione, nel nostro Dna, di un gene specifico, la cui presenza permetterebbe di predire a un bambino un futuro da esploratore. La scoperta del "gene della propensione all’avventura" si è rivelata in realtà l’ennesima bufala nel campo della divulgazione scientifica. La cosiddetta astrologia genetica, la pretesa cioè di delineare carattere, atteggiamenti, preferenze e future malattie di un neonato sostituendo alle costellazioni dello Zodiaco la lettura del suo corredo genetico, è destinata a rimanere un sogno. Non esiste un gene per la propensione all’avventura, così come non esiste per le patologie cardiache, l’obesità, la religiosità, l’omosessualità, la timidezza o la stupidità. Lo affermano Eva Jablonka e Marion Lamb nell’opera L’evoluzione in quattro dimensioni, un ponderoso volume che parte da una considerazione: lo studio del genoma umano, presentato come il vero "codice della vita", ha sollevato più interrogativi di quanti non ne abbia risolti, costringendo i ricercatori ad essere più cauti nelle loro affermazioni. Come scrivono le due autrici, "lo sviluppo o meno di un tratto (di una preferenza sessuale, ad esempio) non dipende, nella maggioranza dei casi, dalla differenza insita in un singolo gene, bensì coinvolge delle interazioni che vedono protagonisti da una parte molti geni, un elevato numero di proteine e altri tipi di molecole, dall’altra l’ambiente in cui cresce un individuo".

Jablonka e Lamb non si limitano però a dirci quanto sia complessa la realtà biologica. Compiendo una sintesi dei più recenti studi sull’argomento, tratteggiano una nuova teoria dell’evoluzione. Una teoria che non pretende di sostituire quelle esistenti, ma le integra ampliando il concetto di ereditarietà, finora limitato alla trasmissione dei geni di generazione in generazione, ad altre tre dimensioni, perché – spiegano – esistono "meccanismi capaci di alterare il Dna in risposta ai segnali che le cellule ricevono da altre cellule oppure dall’ambiente". Quattro sono dunque le dimensioni dell’evoluzione: oltre alla variazione genetica abbiamo la variazione epigenetica (che riguarda la trasmissione di caratteristiche da cellula a cellula), la variazione comportamentale (attuata dagli animali attraverso l’apprendimento sociale) e infine quella simbolica, caratteristica della nostra specie, che coinvolge il linguaggio e analoghe forme di comunicazione.

Il libro, nonostante affronti temi non facili, è scritto in modo chiaro ed è di piacevole lettura soprattutto perché corredato di godibili divagazioni fantastiche e di esempi tratti dal mondo animale. Citiamo solo il capitolo riguardante il comportamento, in cui si racconta delle cince inglesi, che grazie a ripetuti tentativi avevano imparato ad aprire con il becco le bottiglie di latte che i garzoni dei lattai lasciavano davanti alle case. O dei macachi giapponesi, che i ricercatori avevano attirato sul lungomare con l’esca delle patate dolci: gli animali avevano appreso a lavare in un ruscello i tuberi per ripulirli della sabbia e in seguito avevano scoperto che era meglio immergerli nell’acqua di mare perché ottenevano anche di salarli.

Da segnalare due particolarità di questo libro: al termine di ogni capitolo si svolge una sorta di dibattito tra le autrici e un personaggio immaginario, che fa da "avvocato del diavolo" avanzando dubbi e obiezioni e contribuendo così a focalizzare i punti chiave. Il volume è inoltre illustrato dai divertenti disegni di un’altra scienziata, Anna Zeligowski, che riesce a rendere semplici anche concetti a prima vista un po’ astrusi.

Marion Lamb ha insegnato all’Università di Londra, mentre Eva Jablonka, nata in Polonia ed emigrata giovanissima in Israele, è docente presso il Cohn Institute dell’Università di Tel Aviv. Già autrice di vari testi sui temi dell’evoluzione, la Jablonka è nota anche per il suo impegno politico: nell’aprile del 2002 fu tra i firmatari di una lettera aperta all’Unione Europea e ai singoli Stati dell’Europa. La lettera chiedeva l’interruzione di tutti i contratti di ricerca con Israele finché il governo di Tel Aviv non avesse accettato le risoluzioni dell’Onu e non avesse aperto un reale negoziato di pace con i palestinesi. Una richiesta che – provenendo da una ricercatrice – appare oltremodo coraggiosa.

Ipazia.net - A cura di Nicoletta Manuzzato