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Vita semiacquatica di un grande predatore

La prima descrizione di Spinosaurus aegyptiacus (rettile egiziano con le spine), vissuto nel Cretaceo circa cento milioni di anni fa, la dobbiamo a un paleontologo tedesco, Ernst Stromer, che nel 1912 trovò in Egitto alcuni reperti fossili. Il materiale, conservato in un museo di Monaco di Baviera, venne distrutto nel corso di un bombardamento aereo durante la seconda guerra mondiale. Quasi cent'anni dopo la scoperta di Stromer, Spinosaurus ricominciava a far parlare di sé grazie a nuovi studi, partiti dall'esame di un enorme muso custodito presso il Museo di Storia Naturale di Milano e proseguiti con il ritrovamento di altre ossa nel deserto di Kem Kem, in Marocco. Gli sforzi di un'équipe internazionale comprendente tra gli altri Cristiano Dal Sasso e Simone Maganuco, del museo milanese, e Nizar Ibrahim, dell'Università di Chicago, hanno permesso di ricostruire uno scheletro completo di questa specie e di tracciare un quadro più preciso del suo aspetto, della sua dieta, del suo habitat.

Siamo di fronte al più grande dinosauro predatore mai esistito: poteva pesare sei/sette tonnellate e raggiungere una lunghezza di 15 metri, superando di due metri Tyrannosaurus rex. Possedeva una muscolatura potente, lunghi arti anteriori con tre dita dagli artigli a forma di falce (quello centrale misurava oltre trenta centimetri). L'elemento di interesse di questa specie è la sua predilezione per l'acqua: si muoveva sulle rive e nei fiumi del Nord Africa e si cibava prevalentemente di pesce. Le analisi accurate degli esperti hanno messo in luce i suoi adattamenti alla vita semiacquatica: la mascella stretta e allungata e i denti conici, intersecantisi a zig zag, rimandano ai coccodrilli, che sono in grado di azzannare prede scivolose. Le narici, piccole, erano molto arretrate, risultando così più protette e permettendo all'animale di respirare anche quando il resto del muso si trovava sott'acqua. E proprio per cacciare sott'acqua aveva a disposizione una sorta di sonar, come gli specialisti hanno dedotto dalla presenza, sulla punta del muso, di una sessantina di fori ravvicinati. La Tac ha rivelato che tali fori erano collegati tra loro da una complessa rete neurovascolare. Torna l'analogia con alligatori e coccodrilli, nel cui muso esistono ramificazioni simili: contengono recettori di pressione che consentono di localizzare una preda senza vederla, attraverso le onde prodotte dal suo movimento.

Anche le ossa dello Spinosaurus presentano delle particolarità: osservate al microscopio elettronico non appaiono cave come quelle degli altri dinosauri, ma formate da tessuto compatto. E' quanto si nota nei vertebrati che si adattano a una vita acquatica: le cavità midollari si riducono e si sviluppano ossa più pesanti, che agiscono quasi da zavorra permettendo un'immersione più rapida. Infine i corti arti posteriori potevano fungere da pagaie e le dita erano forse collegate da una membrana. 

Una curiosa caratteristica di questo predatore gigante era la grande vela dorsale, sostenuta dalle spine delle vertebre e alta più di due metri. Qual era la sua funzione? In merito sono state avanzate tre ipotesi. a) Serviva a regolare la temperatura corporea. L'analisi della sezione trasversale di una spina indica però che l'osso era attraversato da pochi vasi sanguigni e questa ridotta circolazione non la rendeva uno strumento atto ad accumulare o a disperdere calore. b) Costituiva un'area di riserva del grasso simile alla gobba del cammello. La superficie esterna, solcata da sottili coste dove la pelle aderiva all'osso, ha fatto abbandonare anche questa supposizione. c) Come aveva già ipotizzato Stromer, era una struttura analoga a quella del camaleonte crestato finalizzata all'ostentazione, ad attirare il partner o a impaurire un eventuale rivale: è questa la spiegazione che appare più convincente. (30/6/2015)

Ipazia.net - A cura di Nicoletta Manuzzato