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Gli incroci del Tardo Pleistocene

I neanderthaliani "continuano a vivere in alcuni di noi", diceva nel 2010 il paleogenetista Svante Pääbo, commentando la scoperta dell'eredità genetica del Neanderthal in una parte dell'umanità odierna. Presenza confermata ora da uno studio pubblicato su Nature. Secondo i ricercatori, una percentuale tra l'1,5 e il 2,1 del genoma delle attuali popolazioni non africane deriva da incroci con quella specie estinta. Tra l'altro gli alleli neanderthaliani potrebbero aver aiutato gli umani moderni ad adattarsi ad ambienti diversi da quello dell'originaria Africa.

Ma lo scenario del Tardo Pleistocene appare ancora più complesso per l'esistenza contemporanea di una terza specie, l'Uomo di Denisova (così chiamato dalla grotta siberiana di Denisova, il luogo dei primi ritrovamenti). Anch'egli - è già stato appurato - ha dato il suo contributo al nostro genoma: per lo 0,2% negli indigeni americani, nei cinesi di etnia Han e in altre popolazioni asiatiche; per il 6% circa negli abitanti della Nuova Guinea e di alcune isole del Pacifico e negli aborigeni australiani.

I denisoviani si sarebbero inoltre mescolati con un altro gruppo arcaico, tuttora sconosciuto, che qualche studioso ha individuato in Homo erectus. Un ulteriore elemento di interesse è determinato dalla stretta parentela tra Neanderthal e Uomo di Denisova: la loro differenziazione avvenne solo 300.000 anni fa, mentre l'antenato comune dei due si era separato dagli umani moderni centomila anni prima. (4/2/2014)

Ipazia.net - A cura di Nicoletta Manuzzato