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Un sito megalitico ai piedi delle Alpi

E' stato inaugurato il 24 giugno il nuovo museo di Saint-Martin-de-Corléans, ad Aosta, su una vasta area archeologica in cui si attesta la presenza umana dalla fine del V millennio a.C.


Saint-Martin-de-Corléans, alla periferia di Aosta: in quest'area, posta ai piedi delle Alpi, popolazioni preistoriche e protostoriche hanno praticato i loro riti, innalzato stele e dolmen, tumulato i loro morti. Oggi una struttura museale protegge il giacimento stratigrafico, che si estende per circa un ettaro. Scoperto casualmente nel 1969, il sito archeologico ha conosciuto lunghe campagne di scavo che hanno documentato una presenza umana a partire dal Neolitico. segue

Per altre immagini v. Il nuovo parco archeologico megalitico

Dal Lazio il primo sauropode italiano

I resti fossili di un dinosauro sauropode, il primo scoperto in Italia, sono stati trovati nelle rocce calcaree dei Monti Prenestini, a una cinquantina di chilometri da Roma. Il ritrovamento è costituito solo da una vertebra caudale (lunga quasi dieci centimetri) e da due frammenti pelvici: troppo poco per dire se siamo di fronte a una nuova specie. Lo studio dei reperti, realizzato presso il Museo di Storia Naturale di Milano, ha però permesso di stabilire che l'esemplare appartiene al gruppo dei Titanosauri: per tale ragione è stato chiamato Tito, nome che ricorda anche un antico imperatore romano. segue

Homo naledi, la stella del Sudafrica

Dal Sudafrica un nuovo tassello nella conoscenza del nostro passato. La Camera Dinaledi, una cavità facente parte del sistema di grotte denominato Rising Star, ha restituito più di 1500 fossili appartenenti ad almeno quindici individui. Manca ancora una datazione certa dei reperti, che appaiono morfologicamente omogenei e dunque appartengono a una stessa popolazione. L'équipe internazionale che li ha riportati alla luce, sotto la guida di Lee Berger dell'Università del Witwatersrand, non ha avuto dubbi nell'attribuirli a una nuova specie, ribattezzata Homo naledi. Il nome, che significa stella, viene dalla lingua sotho, uno degli idiomi sudafricani. Il ritrovamento è avvenuto a poca distanza dalla "Culla dell'Umanità", il sito dichiarato dall'Unesco patrimonio mondiale perché costituisce un vero e proprio deposito paleoantropologico (qui sono stati ritrovati i più antichi fossili di Australopithecus africanus). segue

Vita semiacquatica di un grande predatore

Milano ha ospitato, dal 6 giugno 2015 al 10 gennaio 2016, la mostra Spinosaurus. Il gigante perduto del Cretaceo, organizzata da National Geographic in collaborazione con il Museo di Storia Naturale del capoluogo lombardo, le Università di Chicago e Casablanca e l'azienda Geo-Model. L'esposizione illustrava le tappe della riscoperta di Spinosaurus aegyptiacus, il più grande dinosauro predatore mai esistito, descritto per la prima volta dal paleontologo tedesco Ernst Stromer nel 1912. I fossili rinvenuti da Stromer, conservati a Monaco di Baviera, erano stati distrutti da un bombardamento durante la seconda guerra mondiale e solo lunghi studi e nuove ricerche hanno permesso di ricostruire lo scheletro completo di questa specie, vissuta circa cento milioni di anni fa. La sua particolarità era l'adattamento a una vita semiacquatica: si muoveva infatti lungo le rive e nei fiumi del Nord Africa e si cibava prevalentemente di pesci. L'articolo su Spinosaurus aegyptiacus

Gli incroci del Tardo Pleistocene

I neanderthaliani "continuano a vivere in alcuni di noi", diceva nel 2010 il paleogenetista Svante Pääbo, commentando la scoperta dell'eredità genetica del Neanderthal in una parte dell'umanità odierna. Presenza confermata ora da uno studio pubblicato su Nature. Secondo i ricercatori, una percentuale tra l'1,5 e il 2,1 del genoma delle attuali popolazioni non africane deriva da incroci con quella specie estinta. Tra l'altro gli alleli neanderthaliani potrebbero aver aiutato gli umani moderni ad adattarsi ad ambienti diversi da quello dell'originaria Africa. segue

Artiste preistoriche

Sono prevalentemente donne le anonime artefici delle pitture rupestri preistoriche? E' questa l'ipotesi che l'archeologo Dean Snow, della Pennsylvania State University, ha avanzato dopo aver accuratamente studiato le impronte di mani spesso associate a quelle opere, quasi a firmarle. Partendo dalle teorie del biologo inglese John Manning sulle diverse dimensioni relative delle dita nei due sessi, Snow ha preso in esame le impronte dipinte sulle pareti di otto grotte in Francia e in Spagna: ha misurato e confrontato la loro lunghezza, quella delle singole dita e il rapporto tra indice e anulare e tra indice e mignolo. E' così giunto alla conclusione che nel 75% dei casi quei segni sono stati lasciati da mani femminili. Verrebbe dunque ribaltata una radicata convinzione: che quest'arte primitiva, raffigurante per lo più la cattura e l'uccisione di animali di grossa taglia (renne, bisonti, mammut), costituisse una sorta di rituale magico con cui i cacciatori - maschi naturalmente - cercavano di propiziarsi una ricca selvaggina. segue

Ipazia.net - A cura di Nicoletta Manuzzato