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Dalla Lombardia il ceratosauro più antico

Era alto circa tre metri e lungo sette metri e mezzo, pesava almeno una tonnellata. Il cranio misurava ottanta centimetri ed era dotato di denti aguzzi e seghettati. Si muoveva con andatura bipede, tenendo la coda sollevata e la testa allungata in avanti. Gli arti anteriori, muniti di quattro dita di cui tre terminanti con poderosi artigli, servivano per la cattura delle prede: dinosauri erbivori e forse anche carnivori di piccole dimensioni. Saltriovenator zanellai visse 198 milioni di anni fa (Giurassico inferiore), in quello che adesso è il territorio lombardo, allora coperto da grandi foreste e spiagge tropicali. I resti di questo enorme predatore, l'esemplare più antico di ceratosauro, sono stati scoperti nell'agosto 1996 in una cava di Saltrio (provincia di Varese) da un appassionato di fossili, Angelo Zanella. Sono stati necessari anni di duro lavoro per estrarre dalla roccia i reperti. Nel maggio del 2000 l'operazione era completata: dai blocchi calcarei erano emersi 132 frammenti, tra cui una dozzina di segmenti di costole e 35 ossa. segue

Madre neanderthaliana, padre denisoviano

E' bastato il ritrovamento di un piccolo osso, non più di un centimetro e mezzo, per convalidare l'ipotesi di un'ibridazione tra due specie umane: i neanderthaliani e i denisoviani. Il fossile è stato rinvenuto nel 2012 da archeologi russi nella grotta siberiana di Denisova, lo stesso luogo da cui provengono i reperti che hanno portato all'individuazione della nuova specie. L'esame genetico è stato effettuato presso l'Istituto Max Planck di Lipsia, che ha annunciato il risultato. Il frammento, parte di un osso più lungo, appartiene a un individuo di sesso femminile di almeno tredici anni, nato da madre neanderthaliana e padre denisoviano. segue

Le pitture rupestri dei neanderthaliani

Le pitture rupestri rinvenute in alcuni siti spagnoli (La Pasiega in Cantabria, Maltravieso in Estremadura e Ardales in Andalusia) furono realizzate oltre 64.000 anni fa: sono dunque le più antiche finora scoperte. La datazione è stata effettuata dall'Istituto Max Planck di Lipsia attraverso il metodo del torio-uranio, che analizza i residui di carbonato di calcio sulle pareti rocciose dando risultati più precisi rispetto al radiocarbonio. Poiché l'arrivo di Homo sapiens sarebbe avvenuto solo 20.000 anni dopo, queste forme geometriche, rappresentazioni di animali, sagome di mani sono quasi certamente attribuibili a Homo neanderthalensis. segue

Homo sapiens, il grande migratore

La prima migrazione dall'Africa di Homo sapiens era stata fissata, secondo i più recenti studi, all'inizio del Tardo Pleistocene, tra i 90.000 e i 120.000 anni fa. E' a quell'epoca che risalgono infatti i resti fossili rinvenuti nelle grotte di Es Skhül e Qafzeh, in Israele. Precedentemente attribuiti a Homo neanderthalensis per alcune caratteristiche arcaiche, i reperti sono stati in seguito riconosciuti alla nostra specie. Ma a spostare ancora più indietro la data d'inizio della nostra espansione geografica sopraggiunge ora il ritrovamento nel sito di Misliya, sempre in Israele, di un nuovo fossile: la parte sinistra di una mascella, con dentatura quasi completa, di un essere umano anatomicamente moderno. segue

Retrodatata la nascita di Homo sapiens

Già da qualche tempo si ipotizzava che la data della nascita di Homo sapiens dovesse essere retrodatata rispetto a quei 195.000 anni dei reperti rinvenuti nel sito di Omo Kibish, in Etiopia. Tale ipotesi sembra ora confermata da uno studio genetico condotto dalle Università di Uppsala, in Svezia, e di Johannesburg e Witwatersrand, in Sudafrica, e pubblicato su Science. I ricercatori hanno analizzato il Dna di sette individui della provincia sudafricana di KwaZulu-Natal: tre risalenti a circa 2000 anni fa e quattro a 300-500 anni fa. Questi genomi, messi a confronto con quelli tratti dalle banche dati e provenienti da altre zone del continente e dall'Eurasia, hanno permesso di valutare il periodo in cui i diversi gruppi etnici in Africa hanno iniziato a diversificarsi: tra i 350.000 e i 260.000 anni fa. Dunque la comparsa di Homo sapiens sarebbe avvenuta prima di quanto finora ritenuto. segue

La guerriera vichinga

Gli stereotipi di genere possono trarre in inganno anche gli archeologi. Negli anni Ottanta del XIX secolo nella necropoli di Birka, in Svezia, venne portata alla luce la tomba Bj 581, ben presto destinata a diventare una delle più note dell'epoca vichinga. Risalente alla metà del X secolo d.C. e posta in posizione prominente, era sempre stata ritenuta la sepoltura di un importante capo militare. Sembrava confermarlo il corredo funerario: spada, ascia, lancia, coltello, due scudi, arco e frecce che potevano perforare un'armatura, due cavalli (una giumenta e uno stallone) e le pedine di un gioco di tattica e strategia. segue

 Un sito megalitico ai piedi delle Alpi

Saint-Martin-de-Corléans, alla periferia di Aosta: in quest'area, posta ai piedi delle Alpi, popolazioni preistoriche e protostoriche hanno praticato i loro riti, innalzato stele e dolmen, tumulato i loro morti. Oggi una struttura museale protegge il giacimento stratigrafico, che si estende per circa un ettaro. Scoperto casualmente nel 1969, il sito archeologico ha conosciuto lunghe campagne di scavo che hanno documentato una presenza umana a partire dal Neolitico. segue

Dal Lazio il primo sauropode italiano

I resti fossili di un dinosauro sauropode, il primo scoperto in Italia, sono stati trovati nelle rocce calcaree dei Monti Prenestini, a una cinquantina di chilometri da Roma. Il ritrovamento è costituito solo da una vertebra caudale (lunga quasi dieci centimetri) e da due frammenti pelvici: troppo poco per dire se siamo di fronte a una nuova specie. Lo studio dei reperti, realizzato presso il Museo di Storia Naturale di Milano, ha però permesso di stabilire che l'esemplare appartiene al gruppo dei Titanosauri: per tale ragione è stato chiamato Tito, nome che ricorda anche un antico imperatore romano. segue

Homo naledi, la stella del Sudafrica

Dal Sudafrica un nuovo tassello nella conoscenza del nostro passato. La Camera Dinaledi, una cavità facente parte del sistema di grotte denominato Rising Star, ha restituito più di 1500 fossili appartenenti ad almeno quindici individui. Manca ancora una datazione certa dei reperti, che appaiono morfologicamente omogenei e dunque appartengono a una stessa popolazione. L'équipe internazionale che li ha riportati alla luce, sotto la guida di Lee Berger dell'Università del Witwatersrand, non ha avuto dubbi nell'attribuirli a una nuova specie, ribattezzata Homo naledi. Il nome, che significa stella, viene dalla lingua sotho, uno degli idiomi sudafricani. Il ritrovamento è avvenuto a poca distanza dalla "Culla dell'Umanità", il sito dichiarato dall'Unesco patrimonio mondiale perché costituisce un vero e proprio deposito paleoantropologico (qui sono stati ritrovati i più antichi fossili di Australopithecus africanus). segue

Vita semiacquatica di un grande predatore

La prima descrizione di Spinosaurus aegyptiacus (rettile egiziano con le spine), vissuto nel Cretaceo circa cento milioni di anni fa, la dobbiamo a un paleontologo tedesco, Ernst Stromer, che nel 1912 trovò in Egitto alcuni reperti fossili. Il materiale, conservato in un museo di Monaco di Baviera, venne distrutto nel corso di un bombardamento aereo durante la seconda guerra mondiale. Quasi cent'anni dopo la scoperta di Stromer, Spinosaurus ricominciava a far parlare di sé grazie a nuovi studi, partiti dall'esame di un enorme muso custodito presso il Museo di Storia Naturale di Milano e proseguiti con il ritrovamento di altre ossa nel deserto di Kem Kem, in Marocco. Gli sforzi di un'équipe internazionale comprendente tra gli altri Cristiano Dal Sasso e Simone Maganuco, del museo milanese, e Nizar Ibrahim, dell'Università di Chicago, hanno permesso di ricostruire uno scheletro completo di questa specie e di tracciare un quadro più preciso del suo aspetto, della sua dieta, del suo habitat. segue

Gli incroci del Tardo Pleistocene

I neanderthaliani "continuano a vivere in alcuni di noi", diceva nel 2010 il paleogenetista Svante Pääbo, commentando la scoperta dell'eredità genetica del Neanderthal in una parte dell'umanità odierna. Presenza confermata ora da uno studio pubblicato su Nature. Secondo i ricercatori, una percentuale tra l'1,5 e il 2,1 del genoma delle attuali popolazioni non africane deriva da incroci con quella specie estinta. Tra l'altro gli alleli neanderthaliani potrebbero aver aiutato gli umani moderni ad adattarsi ad ambienti diversi da quello dell'originaria Africa. segue

Ipazia.net - A cura di Nicoletta Manuzzato